Quando si parla di valore in azienda, il pensiero corre subito a fatturato, costi e profitto. Ed è naturale che sia così, perché ogni organizzazione deve essere economicamente sostenibile e ogni progetto di miglioramento dovrebbe contribuire a creare valore anche da questo punto di vista.
La filosofia di DAS Attitude si fonda su tre pilastri fondamentali: un approccio umano ai dati, il coinvolgimento delle persone e decisioni orientate al valore. Ma cosa significa davvero creare valore?
Il primo significato è quello economico. Introdurre una cultura del dato permette di individuare opportunità che spesso rimangono invisibili: migliorare un processo produttivo può ridurre gli sprechi, analizzare con maggiore attenzione la propria clientela può evidenziare segmenti ad alto potenziale, misurare le attività può aiutare a concentrare tempo e risorse dove generano il maggiore impatto. Ogni intervento dovrebbe produrre benefici economici, diretti o indiretti. Per noi è una condizione imprescindibile: il miglioramento deve essere concreto e i risultati devono poter essere valutati.
Esiste però un secondo significato di valore, meno immediato ma altrettanto importante: il valore delle persone. Nella nostra esperienza, le organizzazioni che sviluppano una cultura del dato non diventano soltanto più efficienti, ma anche dei luoghi di responsabilità condivisa. Le persone sono più propense ad assumersi delle responsabilità e a prendere delle iniziative. Hanno la sensazione, corretta, che i processi sono più chiari, le decisioni meno arbitrarie e i risultati più facili da valutare. Questo li aiuta anche a concentrare il focus sulle attività rilevanti e a sapere definire meglio le priorità.
Questa non è soltanto la nostra esperienza, infatti diverse ricerche internazionali mostrano che la vera sfida non è raccogliere dati, ma renderli realmente utili alle persone.
Un recente
studio di Accenture sulla cultura del dato in azienda ha mostrato delle sfide molto interessanti a livello internazionale. Ecco gli elementi più importanti.
I dati sono una miniera d’oro non sfruttata. Le aziende continuano a raccogliere e salvare i dati, ma tra il 60 e il 70% dei dati aziendali non sono analizzati.
Lavorare con i dati non è ancora naturale. Quasi il 40% dei lavoratori, manager compresi, preferirebbe affidarsi all’intuizione piuttosto che utilizzare dati a supporto delle decisioni.
I dati vengono spesso percepiti come un peso, non come una risorsa. Più del 70% dei lavoratori dichiara di sentirsi sopraffatto dai dati e non è contento di usarli per il proprio lavoro.
Nella nostra esperienza, abbiamo riscontrato queste sfide a livello traversale, sia nelle PMI che nelle grandi aziende, in settori produttivi molto diversi tra di loro. Siamo convinti che la vera trasformazione non sia prima di tutto tecnologica, ma culturale. Capire i dati è un po’ come imparare una nuova lingua: non tutti devono diventare linguisti, è sufficiente che ciascuno acquisisca la padronanza necessaria per il proprio ruolo.
In fondo, il valore non è qualcosa che si aggiunge dall’esterno. Molto spesso è già presente nelle persone, nei processi e nei dati che un’organizzazione possiede. Serve solo imparare a riconoscerlo.
E a trasformarlo in futuro.